July 29, 2018 Administrator 0Comment

Intervista ai tre finalisti del Premio Castello di Villalta Poesia: Stefano Dal Bianco, Franca Mancinelli e Enrico Testa

Intervistiamo Stefano Dal Bianco, Franca Mancinelli ed Enrico Testa, autori dei tre bei libri di poesia – Pasta Madre (Aragno, 2013), Prove di libertà (Mondadori, 2012) e Ablativo (Einaudi, 2013) – con i quali sono giunti all’ultima fase del Premio Castello Villalta di Poesia, che domenica 28 luglio li ospiterà in una serata di dialoghi e letture sui loro testi.

Tre libri che esplorano il reale percorrendo strade diverse sia nei temi sia nello stile, sebbene tutti con una forte necessità di dire. Tre poeti differenti per formazione e carattere: Stefano Dal Bianco è uno studioso di Zanzotto e  della poesia contemporanea indagata dalla prospettiva del metricista; Franca Mancinelli è un astro nascente della poesia italiana, un carattere mite, i suoi versi destino allarme e tensione; Enrico Testa è un professore rigoroso, amante delle citazioni e autore di raffinate analisi sui macrotesti poetici e sulla lingua poetica del secondo Novecento.  

Conosciamoli meglio.

Stefano Dal Bianco, nel tuo libro ti rivolgi in alcuni casi direttamente alla Poesia, come fosse una cosa con cui dialogare, o forse da allontanare per far posto alla vita. Perché ravvisi questa distanza?

Se si vive e si scrive dimenticando di coltivare una distanza tra poesia e vita, magari in nome di una presunta superiorità della poesia, di ciò che l’esercizio della poesia ci permette di intravedere – a barlumi, a momenti –, si ottiene il risultato opposto alla fusione auspicata: si assolutizza la poesia come il momento vero, essenziale dell’esistenza, deresponsabilizzando così l’etica del nostro stare al mondo. Credo sia un retaggio romantico. Ma la poesia è pur sempre un manufatto umano come tanti. È preziosa se serve a noi, a innalzare il nostro grado di consapevolezza nella vita. Altrimenti rischia di diventare un imbroglio.

Del tuo libro di solito colpisce di più la delicatezza della sezione sui bambini, mentre in qualche modo non è sottolineato a sufficienza il forte apporto delle filosofie orientali, che invece a te sta molto a cuore. Puoi spiegare il peso che tali riflessioni hanno sulle poesie di questa raccolta?

Alla radice di tutte le religioni storiche vi è un sapere unico. I miei riferimenti sono però tutti occidentali. E non si tratta di ‘filosofie’, come sa bene chi sta in un percorso spirituale autentico, lontano dalle derive new age. È un percorso pratico, durissimo, di disciplina interiore, che non ammette forme di condiscendenza verso se stessi. In Prove di libertà il personaggio che dice ‘io’, non fa che ripetere qualcosa come: “Guardate che esiste un altro modo di stare al mondo. Non è un modo facile, né consolatorio. Chi avesse voglia di intraprendere il lavoro su di sé può cominciare da qui, qui, e qui”. Questo sfondo ‘pedagogico’ è costante, ma sempre e soltanto alluso attraverso il vissuto. E per forza: da che pulpito potrei impartire degli insegnamenti? La mia vita è un disastro, come quella di tutti, e la sola cosa che ho capito è che c’è qualcosa da capire, di importante. Qualcosa di ben codificato nella tradizione occidentale, ma che nessuno vuol guardare in faccia, e che nessuno vuol sentirsi dire. Così, questo libro è sostanzialmente il diario delle gesticolazioni di un poveretto come tanti, che tenta di liberarsi dalle pastoie che l’umanità si è costruita intorno. È un diario di lavoro. Il lavoro di autocoscienza che potremmo fare tutti, alle prese con le contingenze della vita. ‘Io’ qui fungo soltanto da esempio, un esempio negativo quanto si vuole, ma sempre un esempio. Debolezze, paure, meschinità, menzogne con se stessi sono ciò che dobbiamo debellare. Sono la nostra gabbia. Chi non le riconosce in sé ha rinunciato a crescere.

Vi è un contrasto in Prove di libertà – e forse anche in te – tra l’architettura rigorosa del libro, scandito in sette sezioni come le note musicali e ricco di corrispondenze macrotestuali interne, e lo sforzo di uscire dalle costrizioni che l’esistere spesso impone, tanto che nella prosa che chiude il libro tu dici che è importante chiedersi il perché e non il come, cercando la scintilla per sfuggire alle gabbie dei giorni. Come coesistono queste dimensioni nei tuoi testi e nella tua vita?

Se si includono i due intervalli in luogo dei diesis mancanti (dopo mi e si) le sezioni sono nove, come le poesie in ciascuna sezione. Non sento questo genere di struttura armonica come una costrizione ma come un modo ‘corretto’ di procedere. È una delle tante allusioni al sapere antico sulle quali non posso dilungarmi. Si può evitare di considerarla; il libro funziona comunque. Ma il contrasto c’è, anche solo rispetto alla metrica libera dei singoli testi. L’architettura rigida è una sorta di modello ideale di svolgimento del senso, che forse corrisponde al contrasto tante volte dichiarato nel libro: tra un nostro sacrosanto dover-essere e la realtà dei fatti e dei comportamenti.

Cos’ha di diverso questo libro da Ritorno a Planaval? Qual è invece il filo rosso che può legare i due testi?

Per molti versi Prove di libertà è il rovescio di Planaval, e in questo senso i due libri sono complementari. Le questioni di visione e percezione che lì dominavano, qui sono quasi del tutto assenti. Se lì vi era rappresentazione, qui c’è meditazione. Planaval stava su un piano squisitamente umano, Prove di libertà tende a fare dell’umano un problema. Plavanal è un libro empatico, che tende a blandire il lettore; Prove di libertà ce la mette tutta per irritarlo, nel momento stesso in cui lo chiama a sé. Un punto di contatto sta però proprio nell’atteggiamento verso il lettore, che poi è il mio: avere il lettore sempre davanti quando si scrive, parlare a lui, parlare, o fare finta di parlare, la sua lingua, aggredirlo dal di dentro, cambiarlo nel modo che ha di pensare a sé e al mondo, trasformarlo senza quasi che se ne renda conto. È una politica, forse la sola percorribile.

Cosa pensi dei libri degli altri due finalisti?

Non posso esprimere un giudizio fondato perché non ho fatto in tempo a leggerli per intero. Stimo entrambi gli autori e, da quel poco che ho visto, mi sembrano due libri ricchi e complessi. Sono contento: facciamo un bel terzetto.

Perché in Pasta Madre vi è forte la presenza di animali e parti del corpo? Sembra che siano finestre per uscire da se stessi per toccare il reale, tanto che Milo De Angelis ha sottolineato che “la similitudine è protagonista in Pasta madre” come “ricerca della prossimità, qualcosa che viene raggiunto giorno dopo giorno, tra domande, esitazioni e incertezze”.

Gli animali fanno parte di noi, del nostro essere più profondo. Li conteniamo a sciami, a branchi e stormi, nel nostro corpo, nel nostro respiro. Pensare ai nostri “contorni umani” attraversati incessantemente da una migrazione di altre forme, di altre vite, è per me una possibilità di salvezza, un modo di riconnettere quanto sembra fisso e concluso a qualcosa portato da una corrente più grande, in mutamento costante. Nella quotidianità, tra le pareti che a volte sembrano chiudersi su di noi, queste piccole presenze penetrano e divengono porte, finestre, ricongiungendoci ad una forza vitale, basica, che si perpetua e va avanti misteriosamente, nonostante tutto. Sono loro le bussole della nostra esistenza: mentre noi ci fermiamo, perdiamo il senso, loro non smettono di cercare cibo, dirigersi. Sono figure di una metamorfosi, di un passaggio di forme, ma sono anche portatori di un principio di dissoluzione: questi animali che ci attraversano e che sono in noi, sono gli stessi che abiteranno il nostro corpo quando non sarà più in vita. 

La similitudine è per me un ponte verso l’altro, una riparazione dalla solitudine, dall’angoscia. Se qualcosa è “come” un’altra è già salva, dentro la vita.  

Il titolo della tua raccolta rimanda ad un ingrediente semplice e basilare, che si può modellare e necessita di essere tenuto in vita con pazienza. A quale aspetto di te o del tuo lavoro poetico essere riferito? 

Il mio modo di lavorare con la parola poetica è in fondo anche il mio modo di essere, di esistere. Questo titolo fa riferimento ad un periodo in cui il mio sguardo era richiamato dalla maternità biologica, osservata come un miracolo, un periodo in cui avvertivo in modo molto forte come scrivere fosse divenire madre di se stessi, prendendosi cura della parte più fragile di noi, sollevandoci da terra, come fa una gatta che riporta il figlio nella cuccia. La scrittura per me è una pasta madre, una materia umile, quasi anonima, che ha in sé un infinito potenziale di generazione, e allo stesso tempo è fragilissima. Se non viene accolta da qualcuno resta incompiuta, informe; se non viene nutrita muore. Come questo lievito naturale la scrittura può essere madre di tante cose, portandole alla luce, ma è solo nel rapporto con l’altro, nel suo spazio di ascolto, che lievita un senso. I testi di Pasta madre sono arrivati alla forma in cui appaiono attraverso tentativi ripetuti, attese, rimpasti. Sono nati lentamente, in un periodo in cui i gesti quotidiani più semplici, come preparare il cibo, mangiare, dormire, non avvenivano più in modo automatico, ma chiedevano un senso. La poesia nasce come uno di questi gesti che ci mantengono in vita, uno dei nostri riti quotidiani. Ed è fatta di cose semplicissime, come acqua e farina: voce e silenzio, bianco e nero. È una materia ad altissima densità, un concentrato di parole e atti mancati, di storie e racconti sottesi. 

La concentrazione delle immagini nei tuoi versi costruiti con equilibrio è uno dei tratti più convincenti del tuo libro, che continua il lavoro già evidente in Mala Kruna (Manni, 2007) e che in qualche modo si unisce alla strada novecentesca di una poesia (ultimo esempio è De Angelis) che fa della densità stilistica una sua cifra forte. Com’è il tuo modo di fare poesia?

Lavoro a partire da immagini che iniziano a penetrare nella mia mente, come i segni inquietanti che lascia un’infiltrazione d’acqua sul muro. Sono immagini portatrici di qualcosa che preme, qualcosa di atteso e insieme temuto, quasi una minaccia. Frantumeranno quello che fino a poco prima mi appariva sicuro, familiare. Non faccio altro che raccogliere, contenere questa minima e continua perdita, fino a che non arrivo all’orlo, ad un insostenibile silenzio. Allora traccio un primo verso, e pochi altri; a volte l’intero corpo del testo. Ma so che è solo un primo abbozzo: la forma che si imprimerà sul foglio spesso è nascosta sotto vari strati sovrapposti, come un fossile dentro una pietra. La poesia è la nostra impronta, la traccia fossile del nostro passaggio sulla terra. La densità stilistica di cui parli proviene forse in parte da questo lasciarsi scrivere interamente, con tutto quello che conteniamo, di cui siamo portatori senza saperlo. 

Se ti volti indietro per un momento, cosa o chi ritieni sia stato importante per la tua poesia?

Ritrovarmi con le spalle al muro. Non potere più fuggire, nascondermi, rinviare. Un fucile piantato alla fronte, e ho aperto gli occhi. È stato un periodo molto doloroso che ho attraversato nei primi anni di università. Mi sono sorpresa in vita, come dicono sia concesso più volte ai gatti salvati nelle circostanze peggiori. E ho dovuto sostare in un regno intermedio, visitata dalle ombre, da pensieri ricorrenti. Da quel momento la scrittura, che mi aveva accompagnata già dalla prima adolescenza, è diventata qualcosa di diverso. Ad un tratto mi sono ritrovata al di là di un masso che mi aveva sbarrato la strada. Ero passata oltre, senza sapere come. 

Cosa pensi dei libri degli altri due finalisti?

Il libro di Stefano Dal Bianco, Prove di libertà, mi fa subito pensare a delle “prove di volo”, e poi di felicità. La disposizione principale mi sembra sia quella del coraggio e dell’esposizione. Coraggio di nominare apertamente i valori, di indicare una via alternativa al dubbio sistematico di tanto Novecento, di cercare un’uscita “dalla gabbia” del dolore, ritrovando un centro di calore, di orientamento, di identità negli affetti familiari, nei gesti di ogni giorno. Esposizione del proprio privato, di «fatti in apparenza solo miei», liberandosi a tratti in volo, in una memorabile leggerezza. 

Ablativo di Enrico Testa è un libro plurale, aperto a diverse direzioni, proprio come il caso della declinazione latina che lo intitola. Tra incontri, figure, sembianze e ombre del proprio io, sembra dirci che è soltanto in un viaggio nello spazio e nel tempo, in un transito, che è possibile rintracciare nel presente una parvenza di senso. Contro il male e l’angoscia, il passaggio principale che alla fine si apre è quello che ci ricongiunge ai morti (noi siamo loro «parte viva»), e insieme traccia un futuro attraverso quell’eredità di incertezza, quel “vuoto custodito”, passato al figlio.  

Enrico Testa, vivere all’ablativo è forse un modo per spostare l’attenzione dal soggetto lirico al reale, cercando di coglierne la bellezza e le aporie? Oppure è emblema del distacco attraverso cui il soggetto scopre se stesso? 

Il titolo indica un caso latino altamente sincretico, in cui si radunano, oltre alle funzioni a cui fai riferimento (allontanamento da sé, spostamento in un altrove, scoperta di un nuovo destino), anche quelle strumentale e comitativa: l’essere per altri e con altri.

In una poesia tu affermi: “sto per i nomi propri … per i forse e i qualcosa / per i proverbi, / anche banali o insulsi, / e i modi di dire antichi”, dicendo di preferire “le concrezioni geologiche della lingua” di cui si è perso l’inventore ai “raffinati vasi / foggiati dal ceramista solitario / nel suo studio”. Perché?

La mia è una preferenza per una lingua di comunicazione, per il suo strato – geologico, appunto – di base. Non amo i privati giochi verbali, le invenzioni compiaciute di sé. Inutile nascondere che su questo aspetto della mia scrittura si riverberano anche i tanti lavori dedicati, come storico della lingua, al cosiddetto ‘stile semplice’ in letteratura e, in generale, all’italiano parlato attraverso i secoli.

Quale funzione hanno i luoghi e i viaggi, dal Sudamerica ai Balcani, descritti nelle tue poesie?

Col senno di poi mi accorgo che, insieme alla memoria e al sogno, la struttura e il tema del viaggio hanno una funzione essenziale nei miei ultimi libri di poesia. Perché? Forse perché il viaggio è la dimensione in cui il soggetto, insieme, si perde e si ritrova, in cui percepisce che la sua identità, lungi dall’essere un dato sostanziale e precostituito o – come si vuole oggi – un elemento puramente aleatorio o virtuale, è invece il frutto di un lavoro: composta di tessere diverse, segnata da sbreghi e da rattoppi, attraversata da echi e segni plurimi da ascoltare e da rimettere assieme. In ciò il viaggio non è poi molto diverso da sogno e memoria.

Nel tuo libro ci sono numerosi echi della tradizione letteraria, come ad esempio la figura di Virginia Woolf (ma anche qui / nel buio che l’accoglie / – i pesci guizzanti / le alghe verde –marroni / la melma sul fondo – / brilla qualcosa che dà luce al mondo) e di Montale, in particolare per il rapporto con la natura. Recentemente hai dichiarato che la poesia dovrebbe talvolta liberarsi dalla sua ossessione per rischiare di essere solo la voce dell’autore. In che rapporto stanno secondo te tradizione e “talento individuale”?

La scrittura è fatta, molto didascalicamente parlando, di esperienze e di libri (oltre che di tanto altro di impensabile e sfuggente): di vita e di letteratura. Il problema è trovare il punto d’equilibrio affinché  la prima non s’intoni all’autobiografismo liricheggiante e la seconda non si tramuti in metaletteratura, in letteratura al quadrato (che trovo insopportabile). Ma, rovesciando i termini della questione, la tradizione non è poi composta da una serie di trasfigurazioni di vite, episodi, fatti concreti? Non è il deposito simbolico, sentimentale e rappresentativo del nostro stare al mondo? Dimenticarla? Farne a meno? Azzerarla? Credo, a rischio di apparire retrò, che una mossa del genere non sarebbe opportuna dal punto di vista esistenziale ancor prima che da quello letterario.

Cosa pensi dei libri degli altri due finalisti?

Del libro di Franca Mancinelli mi hanno, in particolare, colpito le invenzioni immaginative, le accelerazioni del significato verso fulminanti scatti della mente che conducono il lettore in una zona remota eppur linguisticamente familiare; quello di Stefano Dal Bianco credo abbia la sua più notabile cifra espressiva nel collocarsi originalmente sul crinale tra rappresentazione della miseria costitutiva della condizione umana e pedinamento di un senso ulteriore che in qualche modo la redima.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *